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In un programma involontariamente tempestivo, The Story debutta al National circa un mese dopo la morte di Jason Arday. Proprio come quella vicenda, il dramma della drammaturga statunitense Tracey Scott Wilson si concentra sull’incapacità delle istituzioni di proteggere talenti provenienti da minoranze, sull’impulso a barare per farsi strada in un sistema corrotto e sull’enorme costo personale di questi due fenomeni per reputazioni e vite.
La star di Black Panther, Letitia Wright, interpreta Yvonne, una giovane giornalista che vuole essere “un reporter, non una reporter nera” per un importante giornale regionale americano, arrivando a spingersi a misure allarmanti per inventare un titolo per la storia che pensa le darà fama – coinvolgendo l’omicidio di un uomo bianco benestante in un quartiere a maggioranza nera.
La formidabile sua direttrice Pat (Orange is the New Black’s Lorraine Toussaint), il fidanzato bianco raccomandato Jeff (interpretato con ipocrisia viscida e letture di bell hooks da Wilf Scolding) e il collega reporter nero e rivale Neil (una interpretazione intensa e spesso comica di Ashley Thomas) hanno tutti interessi in gioco e motivazioni varie, spesso contraddittorie, per fare giornalismo – pubblicare la verità a qualunque costo, sostenere una comunità o avanzare la propria carriera.
Si tratta di un presupposto promettente, ma il dramma, nonostante gli aggiornamenti apportati al copione per questo revival, risulta stranamente piatto. Le due donne ambiziose esprimono due risposte opposte al razzismo e alla misoginia nel loro mestiere, ma in pratica spesso ricadono in stereotipi alla Devil Wears Prada del mentore e della protetta, senza mai abbandonare la maschera che indossano sul lavoro. In una delle scelte di ritmo insolite di questo testo, elementi cruciali delle loro storie personali vengono trattenuti fino all’ultimo momento, così che quando finalmente cominciamo a capire questi personaggi, abbiamo pochissimo tempo da passarci.
Ci si può anche chiedere quanto questa storia – un commento sulla capacità dei media di distorcere le verità e plasmare la narrazione, rappresentata per la prima volta nel 2003 – sia ancora rilevante nel 2026, quando i social media sono diventati il modo principale di informarsi per molti. Molti dei dilemmi etici affrontati dai giornalisti restano attuali, ma i social media rappresentano un elefante nella stanza, che avrebbe aumentato notevolmente le conseguenze di una storia simile. Le scene dove i giornalisti puntano i microfoni in faccia al sospetto risultano ormai datate e inefficaci.
Le debolezze di The Story si accentuano con l’approccio maximalista del regista Clint Dyer. Sullo schermo scorrono continuamente clip di anchorman che commentano il caso, e ci sono frequenti scene con molte conversazioni sovrapposte, accompagnate da luci pulsanti e frenetiche. Forse si voleva fare un commento sull’opprimente sovraesposizione mediatica, ma tanta confusione finisce per smarrire la narrazione invece che valorizzarla.
Dyer si dimostra invece più efficace quando lascia che gli attori lavorino in autonomia e mostrino le sottigliezze del lavoro giornalistico. Una scena memorabile vede Yvonne e Neil manipolarsi a vicenda per imporre il proprio punto di vista su una storia durante una cena quasi romantica. Più spesso, però, i nodi irrisolti dei dilemmi etici dei giornalisti si perdono tra la regia eccessiva.
È entusiasmante vedere il National portare alla luce un’opera quasi dimenticata – pare che la produzione sia nata da un incontro fortuito tra Wilson e Dyer due decenni fa. Ma questo revival ha fatto poco per rimediare ai difetti de The Story.
The Story gioca al The National Theatre fino al 24 ottobre
Photo credits: Feruza Afewerki