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Recensione: TAO OF GLASS a @Sohoplace

La magnifica meditazione sulla musica di Phelim McDermott arriva a Londra.

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Recensione: TAO OF GLASS a @Sohoplace

Sei anni dopo il suo debutto a Manchester, il regista di My Neighbour Totoro Phelim McDermott prende il centro della scena in questa collaborazine emotivamente intensa con l’iconico compositore Philip Glass a Londra.

La storia è piena di esempi di grandi opere nate dalle ceneri di progetti falliti. Quando il tentativo estremamente ambizioso di Alejandro Jodorowsky di filmare Dune fallì, diversi creativi andarono a lavorare a Alien. George Lucas non riuscì ad acquisire i diritti di Flash Gordon e finì per produrre la sua opera spaziale Star Wars. E quando Maurice Sendak morì nel 2012 prima che lui (insieme a McDermott e Glass) potesse portare il suo libro per bambini In The Night Kitchen sul palcoscenico, nacque Tao of Glass.

Quella fu la scintilla creativa per quello che McDermott ha descritto come “un arazzo narrativo – in parte concerto, in parte performance”, ma nel frattempo si è arricchito di una valanga di altre idee. Se tutto ciò corrisponda a una ricchezza o a una dispersione è discutibile prima dell’intervallo: dopo un monologo dalla platea, ci riempie le orecchie con tutto, dalle fondamenta filosofiche del Tao Te Ching, all’arte giapponese della ceramica kintsugi e al concetto di “democrazia profonda”, fino a vaschetta di galleggiamento, un bollitore magico e un sfortunato tavolino di vetro da caffè che dà il nome allo spettacolo.

Con l’aggiunta di riferimenti ripetuti, una varietà di marionette e un pianola, per un po’ si ha il sospetto che questo show sia solo una risposta drammatica alla musica ipnotica, circolare e astrusa di Glass. Come ammette McDermott, molti considerano il compositore come una sorta di melatonina musicale – riuscirà a offrire l’equivalente teatrale?

Come qualcuno noto soprattutto come regista, mettersi sotto i riflettori per più di due ore è una mossa audace – anche se è accompagnato da tre burattinai in stile bunraku e da una band di quattro elementi. Questo dramma autobiografico allestito in teatro tondo mette al centro l’autore non solo fisicamente ma anche emotivamente e psicologicamente: che piaccia o no, questo è lo spettacolo di McDermott. Mentre osserviamo, scava sempre più a fondo nel suo passato, toccando il rapporto con i genitori, la sua passione per l’album del 1978 Glassworks e le visite infantili a teatro.

I due hanno una lunga storia di collaborazioni, soprattutto nelle produzioni ENO delle tre opere biografiche di Glass: Akhnaten, Satyagraha (su Mahatma Gandhi) e Einstein On The Beach, un’opera senza protagonisti, senza arco narrativo, senza trama e senza intervallo, della durata di circa cinque ore. McDermott inizialmente rifiutò l’opportunità di dirigere quest’ultima quando incontrò Glass per la prima volta, dicendo che sembrava “troppo straordinaria” per essere messa in scena; quasi vent’anni dopo cambiò idea, e ora la dirige per il programma ENO di Manchester con spettacoli previsti per la metà del 2027.

Akhnaten e Totoro sono opere estremamente diverse da ciò che vediamo qui ma entrambe mostrano un regista senza alcuna mancanza di coraggio artistico e immaginazione. Anche se Tao è di scala completamente diversa rispetto a quei due, infonde in ogni sezione un senso di meraviglia grazie alla sua innata capacità di collegare la storia alle esperienze umane legate ai ricordi e alle frustrazioni quotidiane.

Dentro tre cerchi concentrici che salgono e scendono, si svela infine una sorta di narrazione e le nozioni si riuniscono. McDermott prende storie fratturate e pensieri frammentati e, come nella kintsugi, crea un tutto (non usando la vernice dorata come fanno i giapponesi) ma un affascinante senso di speranza per il futuro. In modo circolare e tortuoso, arriva alla sua conclusione: l’arte può nascere dai luoghi più strani ma ciò che conta di più non è la sua origine, bensì dove ci conduce.

Tao of Glass continua a @sohoplace fino al 12 settembre.



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