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Siamo a metà anni '80 e l'India sta cambiando. Una giovane ragazza cresce circondata dalla natura sotto un cielo azzurro fino a quando il paesaggio inizia a trasformarsi. Una fabbrica sorge proprio sulla sua soglia, e i suoi fumi oscurano il cielo. Una notte, tutto cambia. L'impianto americano di pesticidi perde 32 tonnellate di gas tossici, causando il peggior disastro industriale fino ad oggi.
Il numero di vittime non è mai stato confermato dal governo indiano e l'aiuto non è mai arrivato. L'ecocidio impatta ancora oggi la terra e la sua gente. Matthew Xia dirige Stranger Things l'alunna Linnea Berthelsen in TITAS HALDER, una straziante invettiva contro il capitalismo e la calamità ecologica.
Berthelsen è gloriosamente tragica. Da sola sul palco, offre una straordinaria e instancabile performance solista di 90 minuti, passando dall'innocenza infantile alla comprensione matura, adattando la sua fisicità e calibrando i livelli di energia di conseguenza. A tratti effervescente, a tratti frenetica, riempie lo spazio con una personalità aperta e sincera. Eppure, rimane un'amarezza sottile nella sua interpretazione.
Pur essendo Halder apertamente politica solo nell'ultimo terzo, lascia emergere la sua critica sociale dal monologo. Le catene della società indiana emergono dalle descrizioni dei ruoli e delle routine di genere: gli uomini si ubriacano e giocano a carte; le donne preparano il pane e cucinano. Berthelsen offre un'esecuzione intensa e carica, ed è la sua verve a trasformare la poesia di Halder in uno spettacolo teatrale.
Xia costruisce una produzione che, pur basandosi completamente sull'impressionante scrittura evocativa e lirica di Halder, diventa uno spettacolo visivo ed emotivo. Il sound design e le luci (Beth Duke e Rajiv Pattani, rispettivamente) sono gli unici compagni di Berthelsen, che guidano il suo viaggio con suoni situazionali e transizioni luminose altamente suggestive.
Il testo di Halder evoca scene bellissime. Caratterizzato da immagini specifiche e da un uso meraviglioso di figure retoriche, è stratificato e preciso nel suo intento: raccontando una storia personale di povertà e ambizione mancata, ci introduce a una commovente conversazione sullo sfruttamento della popolazione del Sud Asia e sul disprezzo selettivo per il valore della vita umana. La negligenza e la mancata risposta di fronte alla tragedia risuonano nella reazione (o nella sua assenza) agli eventi attuali nel mondo.
Se c'è una critica da fare al progetto, è che risulti un po' prolisso. Con un'ora e mezza di spettacolo ininterrotto, si potrebbero tagliare circa 15-20 minuti. Questo sarebbe a discapito dell'apprezzamento del linguaggio, ma snellirebbe la percezione della portata della trama. È uno spettacolo grave, lungo e alla fine piuttosto impegnativo da seguire. Perde forza nell'ultimo tratto, ma resta convincente ed emotivo, lasciando un impatto davvero potente e duraturo.
Darkling è in scena al Bush Theatre fino al 24 ottobre
Photo Credits: Alex Brenner