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Recensione: MIDNIGHT AT THE NEVER GET, Menier Chocolate Factory

Questo nuovo musical ispirato al cabaret vede protagonista Ben Platt

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Recensione: MIDNIGHT AT THE NEVER GET, Menier Chocolate Factory

4 stelle

In Midnight at the Never Get, il tempo non è una cosa lineare. Non è mai chiaro cosa sia reale e cosa finzione, quanti anni abbiano i personaggi o in che decennio ci troviamo. Sentiamo standard jazz in stile Gershwin, ma anche riferimenti a "peaceniks" e a Woody Allen.

Il Never Get del titolo è un bar storico gay fittizio nel Greenwich Village, dove un cantante al crepuscolo della sua carriera di nome Trevor (il grande protagonista del teatro musicale americano Ben Platt) sta tenendo uno spettacolo cabaret in stile 54 Below in onore del suo defunto ex amante, il compositore immaginario del Great American Songbook Arthur Brightman (Gregor Milne). David Cromer dirige con chiara affezione per le convenzioni del genere cabaret e fa sì che Platt indichi gli “amici” in platea e ci intrattenga con aneddoti affascinanti e autoironici.

Trevor e Arthur un tempo avevano un atto cabaret queer underground ("Judy al Carnegie Hall ma gay, beh, più gay") al Never Get, e così Midnight diventa in parte una storia delle performance queer, dell'attivismo e della vita a New York. Trevor racconta di come il suo rapporto professionale e personale con Arthur sia iniziato con dibattiti sui pronomi in evoluzione nelle canzoni d’amore, e di come si siano fatti le ossa in bar gay controllati dalla mafia sotto la minaccia costante di retate della polizia.

La nascente formazione dell’identità gay americana si riflette nel rapporto tra i due uomini. L’approccio assimilazionista di Arthur alla sua sessualità – "chi sono è più di chi sc*ppo, faccio arte" – si scontra con la crescente simpatia di Trevor per la liberazione gay e altri movimenti per i diritti civili. Nel frattempo, il Trevor dei giorni nostri discute con Arthur, il pubblico e se stesso – c’è una comparsa più avanti con Barry James nel ruolo di una versione più anziana di Trevor – mentre cerca di conciliare l’Arthur della sua immaginazione con le scelte politiche impegnative ed escludenti dell’Arthur reale.

Lo stile metateatrale di Midnight sembra perfetto per qualcuno come Platt, che può essere eccezionalmente talentuoso e la voce più memorabile del teatro musicale della sua generazione, ma possiede un timbro distintivo, vibrato intenso, che può dividere le opinioni. Questo è uno spettacolo in cui può interpretare una sorta di caricatura di un artista di culto noto, mentre sfrutta il ricco potenziale emotivo della sua voce e il naturale senso del tempo comico nelle canzoni di Mark Sonnenblick.

E che canzoni! Sonnenblick, noto soprattutto per K-Pop Demon Hunters, ha decisamente dimostrato la sua versatilità creando il catalogo fittizio di “Arthur”. Lo spettacolo copre tutta la carriera di Arthur, dalle romantiche ballate influenzate da Irving Berlin fino ai (infruttuosi) tentativi di inserirsi nella musica chitarra-centrica degli anni Sessanta. Tra le canzoni comiche, “Boy in Blue” si distingue per il suo trattamento satirico degli agenti di polizia che tendono trappole a uomini gay.

Sonnenblick e i suoi collaboratori Sam Bolen e Max Friedman si sono posti un compito ambizioso: condensare nello stesso spettacolo una storia d’amore, diversi decenni di storia queer e una riflessione sull’arte. Mentre Trevor perde il contatto con la realtà, le sue rivelazioni emotive potrebbero colpire di più se avessimo conosciuto meglio lui e Arthur come individui, al di là delle loro pratiche creative e posizioni politiche.

Rimane comunque un'idea unica e attraente quella di ambientare il racconto come un concerto fittizio, che implica un confronto su come ricordiamo il passato, specialmente quando lo facciamo davanti a un pubblico. Potrebbe servire un bilanciamento strutturale per portare questi temi a una conclusione piena, ma così com’è questa è molto più di una semplice vetrina per Ben Platt.

Midnight at the Never Get è in scena al Menier Chocolate Factory fino al 12 settembre

Crediti foto: Johan Persson


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