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Recensione: FIREBIRD, Southwark Playhouse

Il tre atti di Phil Davies che esplora il traffico sessuale di minori viene rivisitato da Marlie Haco

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Recensione: FIREBIRD, Southwark Playhouse

Avvertenza: questa recensione contiene riferimenti ad abusi sessuali su minori

4 stelle

Le guerre culturali intorno alle bande di adescamento non sono mai sembrate così velenose. Con la stampa di destra pronta a sfruttare l’abuso organizzato di minori come materiale per narrazioni anti-immigrati, e i dettagli su come tali abusi avvengono realmente nascosti tra le pieghe di indagini abbandonate, c’è qualcosa da guadagnare facendo un passo indietro e riportando il nostro focus alle vite delle giovani vittime.

In questo contesto, sembra il momento perfetto per una ripresa del commovente tre atti di Phil Davies del 2015, Firebird. Mollie Milne interpreta Tia, una ragazza di 14 anni, sicura di sé e riservata, proveniente da un quartiere difficile di Glasgow, che viene intrappolata in un giro di prostituzione minorile gestito da AJ (Taqi Nazeer), un carismatico presunto operatore giovanile che "preferisce stare con persone della tua età".

Questo è un lavoro fortemente incentrato sui personaggi e, come tale, le interpretazioni di Milne e Nazeer offrono un dinamismo che fa sembrare il tempo di 90 minuti molto veloce. Milne, al suo debutto teatrale a Londra, infonde nei primi incontri di Tia con AJ un mix di diffidenza da strada, paura e curiosità. Man mano che il suo abuso peggiora, c’è un certo eroismo tragico negli sforzi di Tia di ribellarsi contro un sistema che l’ha abbandonata.

Nel frattempo, Nazeer oscilla dal ruolo disinvolto a quello emotivamente instabile e ritorno, interpretando AJ in modo da portare il pubblico con sé mentre Tia cerca di capirlo. È anche doppiamente in scena nel ruolo di un poliziotto oberato di lavoro e privo di empatia, da cui emana un potere simile per manipolare Tia.

Taqi Nazeer e Mollie Milne in Firebird. Foto di Toby Mather

Sia Davies sia Milne sono inoltre attenti a non lasciare che la condizione di vittima di Tia ne annulli la complessità. Il suo razzismo iniziale verso AJ e altri asiatici nel negozio di kebab locale appare improvviso e brutale, anche quando possiamo intuire dove la narrazione voglia andare (viene chiarito in seguito che tra gli abusanti di Tia c’erano anche uomini bianchi). Dopo essere sfuggita ai suoi abusanti, Tia diventa sempre più sessualmente aggressiva nei confronti della sua amica Katie (Kelise Gordon-Harrison), un atteggiamento che riflette come le persone ferite spesso feriscano a loro volta, portandoci a un colpo di scena che lascia Tia una figura moralmente ambigua, in modo scomodo.

Questa produzione, diretta da Marlie Haco, ha fatto alcuni tentativi per differenziarsi dai predecessori della metà degli anni 2010. L’ambientazione è stata spostata da Rochdale (da dove proviene Davies) a Glasgow, senza un grande impatto se non qualche vaga allusione all’universalità del problema. Ci sono pochi momenti che accennano a come i social media potrebbero aver modificato le esperienze di Tia nell’ultimo decennio, ma sono bilanciati da alcuni riferimenti superati, incluso quello al profumo di Britney Spears.

Tuttavia, la produzione di Haco infonde nuova vita nel materiale originale in altri modi. Gran parte dell’azione si svolge su una piattaforma rialzata con un soffitto mobile che scorre su e giù mentre il mondo di Tia si apre e si restringe. In molte scene, Nazeer (sia nel ruolo di AJ che in quello del poliziotto) si aggira intorno alla base del palco, al livello della prima fila del pubblico, sottolineando l’isolamento e la vulnerabilità di Tia.

Firebird ci lascia senz’altro con empatia per Tia e per altri come lei, ma non si ferma qui. Questa nuova produzione visivamente coinvolgente presenta il trauma in tutte le sue complessità e contraddizioni e ci costringe a non distogliere lo sguardo.

Firebird è in scena al Southwark Playhouse Borough fino al 1 agosto

Crediti fotografici: Ben Jacobs e Toby Mather



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