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Il nuovo spettacolo di John Webber affronta questioni troppo spesso trascurate dal teatro londinese, la cui disponibilità ad affrontare temi politici (almeno quelli che non riguardano principalmente la politica dell'identità) non è all’altezza della sua posizione privilegiata nella sfera pubblica. Per essersi inoltrato in questo vuoto (beh, quasi vuoto)
Eddie è smarrito - un uomo dell'Essex del XX secolo lasciato indietro da un mondo ormai privo di sindacati tradizionali, senza un consenso ampiamente condiviso su come comportarsi in pubblico e popolato da uomini e donne che non riconosce. Peggio ancora, ha perso suo fratello e teme di poter avere lo stesso destino - l'asbestosi contratta sul luogo di lavoro. Vuole reagire ma, ovviamente, non sa come fare.
Paige è tutto ciò che lui non è. Una giovane attivista climatica nera, di classe media e del XXI secolo, sta abbracciando, anzi costruendo, il nuovo anti-consenso ed è disposta a fare i sacrifici personali da cui Eddie, e le poche persone rimaste della sua vita prima che si ritirasse, si tengono lontane. Così come quegli alleati che si ritirano di fronte a sanzioni spietate, spesso extra-legali.
Questo si manifesta in un diluvio di background all’inizio di questo spettacolo a due atti della durata di 80 minuti e prepara ciò che mi aspettavo fosse un esame acceso di come viviamo collettivamente oggi, di come bilanciamo diritti e responsabilità e di come possiamo lenire ferite che si aggravano nei conflitti sempre più presenti nelle nostre strade. Lasciati a risolversi da soli, sappiamo tutti cosa succederà in questo scenario.

Gabrielle Brooks e Chris Simmons convincono creando personaggi del tutto credibili che si scontrano sul set simile a un focolare di Peiyao Wang. Jennifer Tang evita un pericolo chiave nella regia di un due atti mantenendo gli attori in movimento e viene premiata da interpretazioni che fanno tanto nei momenti di reazione quanto quando Eddie e Paige parlano uno accanto all'altra e poi, sempre più, si parlano, trovando una causa comune.
Il problema nasce da ciò che dicono, dalla direzione in cui si muove la narrazione. Lo spettacolo devia in discussioni metafisiche sulle antiche religioni pagane, sulle culture indigene perdute delle isole britanniche e dell’Africa occidentale e una venerazione di un'Albione più autentica ormai per sempre scomparsa. Se non ho gradito tali digressioni in Jerusalem, non mi piaceranno molto nemmeno in Fire Fire.
Alla fine siamo in sequenze oniriche e riferimenti alle proteste più estreme contro la guerra del Vietnam e, forse, a un'evocazione dell’ideologia del culto della morte del cattolicesimo romano. La politica della repressione della protesta viene abbandonata insieme ai dialoghi più taglienti della sezione centrale dello spettacolo; il melodramma, purtroppo, soffoca il dramma.
Temo di essermi perso nel mondo di Fire Fire alla fine quanto Eddie lo era all'inizio.
Fire Fire all'Arcola Theatre fino al 3 ottobre e poi in tour
Photo images: Mark Senior