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A meno che non si siano letti in precedenza le note di programma, non è immediatamente chiaro che Rockpools sia un dramma sull’endometriosi. Per la prima metà dello spettacolo, l’unico indizio che riceviamo sono le lenzuola insanguinate della protagonista. Invece, la scrittrice e interprete esordiente Molly Windust ha creato un personaggio ricco di stranezze, repressione e ambiguità, i cui problemi vanno ben oltre la sua malattia.
Quando la incontriamo, la nostra protagonista senza nome è parte di quella ricca tradizione letteraria di donne in matrimoni stagnanti e privi di sesso che trovano rifugio nella loro immaginazione. Intrappolata in una versione da incubo della felicità domestica, in una casa ereditata dai defunti genitori del marito, inizia ad accumulare oggetti nautici vintage presi da eBay nella vecchia camera dei suoceri. La stanza diventa il suo santuario, e si dà a nasconderlo meticolosamente al marito, come una Bluebeard sessualmente frustrata (ma meno assassina).
Il paragone è diventato un cliché, ma c’è qualcosa di Fleabag-esco nell’imbarazzante nevrosi del personaggio di Windust e nelle sue tendenze sessuali senza vergogna («c’è qualcosa negli uomini quando mangiano»). La sua eccentricità è affascinante, riempiendo la stanza di bizzarri animaletti marini di porcellana, fino a quando non lo è più, quando ricopre tutto di sabbia e la stanza scivola nel decadimento.
Windust spinge ancora oltre, esplorando come l’isolamento e il comportamento ossessivo del personaggio derivino sia dalla sua relazione universitaria totalizzante con l’attuale marito, sia da una recente diagnosi di endometriosi, che ha comportato la possibilità di un intervento invasivo e problemi di fertilità. Saggiamente, la scrittura si affida a se stessa per non spiegare nulla in modo troppo letterale, almeno fino a una fase piuttosto avanzata dello spettacolo.
Windust è inoltre molto piacevole da guardare come attrice, interpretando la protagonista con una mania alternata a momenti di bisogno di confessare ogni suo pensiero e a periodi di timidezza. Allo stesso tempo, un lavoro caratteriale acuto da parte di Windust evoca un quadro completo di come potrebbe reagire il marito della protagonista, egli stesso travolto dal lutto, nonché flashback che mostrano i suoi genitori profondamente insopportabili.
Ciò che cattura l’attenzione forse prima di tutto è l’abito di Windust, una tunica bianca intrisa di fango secco e ciuffi di muschio colorato. È un contrasto selvaggio e sorprendente con il suo taglio di capelli corto e angolare, e sembra suggerire qualcosa di primordiale nel personaggio, qualcosa che giace dormiente dentro tutti noi, ancora prima che lei abbia pronunciato una parola.
In effetti, la natura, e in particolare l’acqua, è un’immagine ricorrente nell’opera. La protagonista tiene moltissimo che tutta la decorazione della sua stanza speciale segua un tema marino, e paragona le escrescenze sulle sue ovaie ai granchi (l’animale, non la MST). Lo spettacolo è punteggiato da esplosioni di suoni oceanici, che sembrano chiamare la protagonista verso un senso più grande di significato, una metafora che non riesce del tutto a collocare.
Non è un dramma sull’endometriosi, né sul lutto, né sul matrimonio. Il comportamento della protagonista non è semplicemente una reazione alla sua solitudine, al suo dolore, all’impossibilità di concepire, o a qualcosa di immutabile nella sua natura. Windust non detiene alcuna risposta, e così eleva il suo lavoro al di sopra di molti suoi contemporanei che affrontano temi simili.
Rockpools va in scena a Bunker Three, Pleasance Courtyard fino al 30 agosto
Crediti foto: Courtesy of the production