Review: L'ULTIMA NOTTE DI CABIRIA al TEATRO KOPO'

UN MONOLOGO DURO E EMOZIONANTE CHE DIVIENE TEATRO DI DENUCIA E DI MANCATA GIUSTIZIA

By: Feb. 04, 2024
Review: L'ULTIMA NOTTE DI CABIRIA al TEATRO KOPO'
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Al Teatro Kopó di Roma è giunta, dopo la prima a Civitavecchia, L’ultima notte di Cabiria, una drammaturgia ispirata alla vera vicenda di Antonietta Longo, una giovane donna emigrata a Roma dal meridione nel dopoguerra e che fu uccisa senza che il suo carnefice fosse mai scoperto. Scritta e interpretata da Elisabetta Tulli con la collaborazione di Andrea Calandrini, questa storia che occupò le cronache con il fitto mistero e l’incapacità della giustizia di fare il suo corso, può essere considerata la capostipite di una purtroppo interminabile lista di femminicidi degli ultimi 70 anni di cui troppo spesso non si trova il colpevole, o se lo si trova non viene quasi mai punito come meriterebbe. Elisabetta Tulli questo lo sa bene e con il suo teatro vuole ridare dignità a tutte queste donne così barbaramente uccise per gelosia, per vendetta o per paura dai loro assassini senza scrupoli. Con un finale meno drammatico, la storia di Antonietta Longo ispirò il film Le notti di Cabiria diretto da Federico Fellini con Giulietta Masina.

Questa vicenda è stata mantenuta viva dal nipote Giuseppe Reina che con il suo libro Io sono Antonietta ha raccontato la tragedia vissuta da sua zia ed ha collaborato con Elisabetta Tulli per portarla sulla scena e continuare a farla conoscere. Oltre ad aver scritto un monologo molto intenso che va a toccare nel vivo tante diverse emozioni - dall’ingenuità e la fiducia, alla paura e alla incredulità – Elisabetta Tulli ha saputo trasmettere con la sua esperienza e la sua duttilità tutte queste emozioni, interpretando una serie di diversi personaggi che ruotano attorno alla protagonista. Con l'attenta regia di Giuseppe Brancato, l'attrice diviene non solo una credibilissima giovane Antonietta, ma anche la voce narrante, la borghese datrice di lavoro, l’amica del cuore, la “fruttarola” del mercato, la sorella suora, e lo fa passando da un dialetto all’altro, da una postura all’altra trasformandosi pur senza mai cambiare d’abito in una prova attoriale di gran classe. È con l’unico ausilio di un piccolo scialle, con studiate ed esperte svolazzate e che diviene stola grembiule o velo monastico, che l'attrice passa da un personaggio all’altro sotto gli occhi del pubblico. Senza un attimo di esitazione, senza perdere una battuta Elisabetta Tulli è tutte queste vittime, ma soprattutto ne diviene il simbolo sottolineando quanto sia ricorrente quel maledetto “buco” nelle indagini che nella storia di Antonietta, così come in tante altre storie, impedisce di rendere loro giustizia.

Review: L'ULTIMA NOTTE DI CABIRIA al TEATRO KOPO' Elisabetta Tulli in scena fotografata da Luana Belli

I tre brani musicali composti dal maestro Calandrini si integrano perfettamente nel racconto e sono interpretati dalla Tulli con una forte partecipazione tanto da giustificare la frase di chiusura della serata da lei pronunciata ai saluti finali: “ Spero di essere ricordata come colei che vuole fare giustizia con il teatro”. Senza dubbio il messaggio è passato forte e chiaro e questa drammaturgia meriterebbe di essere rappresentata nelle scuole perché è un eccellente esempio di una cultura di denuncia altamente educativa e a cui non viene dato il giusto peso.

Review: L'ULTIMA NOTTE DI CABIRIA al TEATRO KOPO'



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