BWW Reviews: THE FULL MONTY: quando spogliarsi non è abbastanza

February 11
7:01 AM 2013

BWW Reviews: THE FULL MONTY: quando spogliarsi non è abbastanza


BWW Reviews: THE FULL MONTY: quando spogliarsi non è abbastanza
Comicità demenziale e poco originale:
un cinepanettone in musical

BroadwayWorld.com - Italy


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26 Ottobre 2000. All'Eugene O'Neill Theatre di Broadway debutta THE FULL MONTY, la versione teatrale "americanizzata" dell'omonimo film inglese del 1997, con musiche e liriche di David Yazbek e libretto di Terrence McNally. Sei metalmeccanici disoccupati decidono realizzare un numero di strip-tease in un night club offrendo il cosiddetto servizio completo, il "full monty." Preparandosi per lo show non mettono a nudo solo loro stessi ma anche le loro paure, le loro ansie... trovando la forza nel lavoro di squadra.

4 Dicembre 2001. Debutta al Teatro Brancaccio di Roma - riscuotendo grandissimo successo - la prima versione italiana di THE FULL MONTY diretta da Gigi Proietti, con Giampiero Ingrassia, Rodolfo Laganà, Timothy Martin e Gabriele Foschi.

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5 Febbraio 2013. THE FULL MONTY ritorna in Italia in una nuova veste per la regia di Massimo Romeo Piparo con un cast di "grandi nomi," non propriamente vicini al teatro musicale: Gianni Fantoni, Paolo Calabresi, Sergio Muniz, Paolo Ruffini, Jacopo Sarno, Pietro Sermonti... più due veri disoccupati, Marco Serafini e Simone Lagrasta, che hanno superato un casting molto speciale promosso direttamente dai canali interni dei principali sindacati italiani (Cisl, Cgil, Uil, Fim), dai Centri per l'Impiego della Provincia di Torino e dalla PeepArrow Entertainment.

Questo titolo vuole inserirsi nella particolare situazione che il mondo, e in modo particolare l'Italia, sta vivendo. La disoccupazione è uno dei temi 'caldi' in questi mesi e il musical si propone di portare una ventata di ottimismo in un paese piegato dalla crisi. Quindi, se nella versione di Broadway si optò per ambientare il musical in USA, qui il regista fa la scelta interessante di trasportare l'intera vicenda a Torino, in Italia. Scelta interessante sì, se il risultato finale non si fosse rivelato - per usare un neologismo - un'italianata, nel senso più negativo del termine.

Andiamo per ordine: la prima cosa che salta subito agli occhi è il grande scompenso fra l'elemento femminile del cast e quello maschile. Mentre per le donne si riscontra un consolidato, pur se mal sfruttato, talento (Giovanna D'Angi in primis: potentissima ma poco valorizzata, anche dagli stessi costumi), tra i protagonisti invece si nota una goffaggine generale in palcoscenico, sia per la componente attoriale che per quella canora: insufficiente, 'grezza' e monocorde. L'impegno si vede ma non si può giustificare questa carenza dicendo che si tratta di attori e non già di cantanti: è un musical e le due cose dovrebbero andare di pari passo. Dalla sboccatezza di Sermonti e Fantoni, all'abusato movimento pelvico di Ruffini... un'accozzaglia di demenzialità a cui certi programmi televisivi ci hanno abituato e che, se in un primo momento scatenano la risata del pubblico (medio), dopo un po' fanno perdere il gusto della leggerezza di questo testo.

Non aiuta certo la regia - approssimativa e non sempre costante - che, soprattutto nelle prime scene, non incalza come dovrebbe rendendo lo spettacolo lento e ripetitivo.

Le orchestrazioni di Emanuele Friello impoveriscono la partitura (già non eccelsa) nel tentativo di avvicinarla al gusto italiano. I numeri musicali - su basi preregistrate, purtroppo - non hanno mordente e quasi lasciano indifferenti... così come le poche coreografie di Bill Goodson.

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Le liriche italiane, tradotte da Francesca Nicotra, sono per certi versi interessanti - bella trovata, ad esempio, quella di tradurre Scrap con Spread - per altri poco originali o comunque banalizzate e rese incomprensibili da una povera esecuzione canora e musicale, una su tutte: Big Black Man affidata a Muniz.

Senza infamia e senza lode il disegno luci di Umile Vainieri e le scenografie di Teresa Caruso, consistenti in una sagoma incolore della facciata di una fabbrica su cui vengono proiettati dei fondali e dei video (inutili) di commento alla scena.

Questo dimostra che non è il budget investito in uno spettacolo a renderlo tale, ma le idee, il talento e la passione che si impiegano per la sua realizzazione. A volte basta quello per arrivare al cuore delle persone... eppure THE FULL MONTY sembra convincere il pubblico medio, vuoi per il successo del film al quale s'ispira, vuoi per l'attualità dei temi trattati, vuoi per l'affetto "televisivo" che lo lega ai sei protagonisti... ma ci si può accontentare solo di questo? Riflettiamoci.

Foto di Antonio Agostini

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